Scaramuccia: buffe avventure a Parigi
Dal libretto del Festival 2026
di Paolo Rosetti
“Avvertimento. Tiberio Fiorilli, nato a Napoli nel 1608, e morto a Parigi nel Dicembre del 1694, fu il più gran Comico de’ suoi tempi; ed ebbe il nome di Scaramuccia da un personaggio così chiamato, sorta di Maschera, ch’ei soleva rappresentare. Portò in Parigi la Commedia Italiana; e piacque a segno da ingelosire Moliére medesimo, se Moliére fosse stato men grande. Componeva egli stesso le più graziose sue Farse, specialmente quelle così dette a soggetto. E, se non inventore, fu certo dell’epoca il principale fautore delle produzioni mischiate di prosa e di musica, e di quelle giocose Parodìe con cui si mettevano in ridicolo le più gravi rappresentazioni. Tale è il Personaggio su cui si raggira il presente Melodramma; e l’azione è fondata sopra un aneddoto, che vuolsi realmente accaduto. Ciò solo ho creduto necessario premettere al mio lavoro: taccio in qual modo io l’abbia svolto e trattato, per non aver l’aria di dare importanza a un semplice scherzo.”
Così Felice Romani, librettista del melodramma comico “Un’avventura di Scaramuccia”, scrisse nella prefazione del suo componimento in versi. Ci è immediatamente chiara l’ambientazione dell’opera: siamo a Parigi, circa a metà del Seicento, e incontreremo un personaggio realmente esistito, Tiberio Fiorilli. Fiorilli fu un attore così importante che la sua storia, seppur reale, sconfina spesso nella mitologia: nato a Napoli nei primi anni del Seicento, figlio d’arte (celebre attore anche il padre, Silvio), fu conteso dalle corti italiane e da quella di Luigi XIV, riuscendo nell’impresa di cambiare per sempre sia il teatro italiano sia quello francese.
Sarebbe impossibile parlare di Tiberio Fiorilli senza citare la “Commedia dell’arte”, il genere teatrale nato in Italia a metà del Cinquecento, basato su personaggi ricorrenti, che andavano in scena con costumi e maschere sempre uguali, e che rappresentavano aspetti caratteriali volutamente molto definiti, quasi stereotipati, affinché diventassero immediatamente riconoscibili da tutto il pubblico, esperto o neofita che fosse. All’interno di questo “recinto” più o meno sempre uguale, mascherati ognuno da personaggio della Commedia dell’arte, gli attori recitavano improvvisando ma seguendo un canovaccio, una sorta di schema che non aveva battute rigidamente definite, in modo che il testo dello spettacolo potesse cambiare di sera in sera, di luogo in luogo, di teatro in teatro. Nacque così un genere di prosa allo stesso tempo facile da capire, subito riconoscibile, ma in eterno, cangiante movimento. Ancora oggi, i personaggi della commedia dell’arte sono noti e amati nella nuova forma di maschere del Carnevale o di burattini: Arlecchino, Colombina, Balanzone, Brighella e così via.
Scaramuccia è una maschera napoletana nata nel Seicento: raffigura un capitano spagnolo di stanza a Napoli, spaccone e fanfarone. E qui ritroviamo Tiberio Fiorilli, che interpretò e fece suo questo personaggio al punto da diventare lui stesso conosciuto nel mondo col nome di… Scaramuccia! La maschera fu talmente legata al suo principale interprete da “morire” con lui: dopo la scomparsa di Fiorilli, infatti, uscì dai personaggi della commedia dell’arte, mentre il binomio attore-personaggio rimase eterno grazie al libro “Vita di Scaramouche”, scritto da Angelo Costantini nel 1695, che divenne una sorta di manuale di teatro per poeti, letterati e musicisti per i decenni a venire. Scaramuccia, alias Fiorilli, contribuì al successo del teatro italiano in Francia, al punto da creare uno scontro tra la fazione sostenitrice della commedia italiana e quella fedele al teatro oltralpe: una contrapposizione che anticipò di quasi un secolo la celebre Querelle des bouffons, che infiammò il dibattito nel teatro operistico francese a metà Settecento.
La Commedia dell’arte, inoltre, fu una sorta di fonte dalla quale si nutrì anche l’opera comica napoletana, che acquisì solo in un secondo tempo il nome di “opera buffa”: i personaggi che tutti siamo abituati a legare a questo genere, dal vecchio tutore alla sua pupilla scaltra, dal giovane innamorato al servo arguto e factotum, sono tutte “maschere” che, pur non mantenendo i nomi della commedia dell’arte, ripropongono quello stesso impianto teatrale, quello stesso modo di creare storie – che nell’opera sono però scritte in partitura e per nulla improvvisate – in cui si mescolano di volta in volta gli stessi modelli di personaggi, così che siano immediatamente riconoscibili anche dal pubblico meno colto, con l’effetto comico assicurato dagli stilemi di ciascun “burattino”, indipendentemente da chi siano librettista e compositore.
Portare in scena per Il Belcanto ritrovato un’opera di Luigi Ricci (Napoli, 8 luglio 1805 – Praga, 31 dicembre 1859), che dell’opera buffa post-rossiniana fu uno degli autori più famosi e applauditi, sarà un’operazione già di per sé interessante, perché restituirà al pubblico – per ora in forma di highlights – un titolo nato per il teatro alla Scala nel 1834, che accese la miccia della carriera di Ricci nel melodramma, e che gli permise di raccogliere successi e applausi in tutta Europa. La scelta di un titolo come “Un’avventura di Scaramuccia” aggiunge poi all’operazione un sapore identitario, perché mette assieme alcune tra le radici più profonde dell’opera buffa: le maschere della commedia dell’arte (quindi Scaramuccia), le città di Parigi e Napoli, Tiberio Fiorilli e la scuola del melodramma napoletano, che aveva docenti del calibro di Nicola Antonio Zingarelli e Pietro Generali, i cui allievi furono alcuni tra i principali compositori dell’Ottocento, come Vincenzo Bellini, Saverio Mercadante e, appunto, Luigi Ricci.
Ma l’opera di Ricci è anche e soprattutto un’opera di ingegno che regala allo spettatore una serata di divertimento puro: narra un aneddoto che il librettista dice – e ci piace pensarlo – sia realmente accaduto, ma che assomiglia “terribilmente” ad una delle intricatissime trame tipiche dell’opera buffa. In questo intreccio non è un caso che Scaramuccia, nonostante dia il titolo al melodramma, non sia il vero protagonista della storia: fin dall’inizio dell’opera i riflettori sono puntati su un contadino, Tommaso, che dal paesino campano in cui vive intraprende un lungo viaggio fino a Parigi in cerca di Elena, una giovane compaesana che sembra sparita nel nulla, inghiottita dalla capitale francese. Durante la ricerca si imbatte in un’altra compaesana, Sandrina, scaltra e disinibita attrice emigrata a Parigi in cerca di fortuna nel teatro, in amore, ma soprattutto… nel portafoglio. Per rocamboleschi avvenimenti, come capita di regola nelle opere buffe, ecco che Tommaso e Sandrina cominciano bisticciando nella vita reale, ma si ritrovano inaspettatamente attori sul palcoscenico – teatro nel teatro – come interpreti di una pièce/parodia messa in scena dal leggendario Scaramuccia: “Il rapimento di Elena”. L’opera di Ricci mescola così elementi di realtà con la finzione del palcoscenico, nomi mitologici e nomi di abitanti del paesino, tutti confluiti a Parigi per dar vita a un gigantesco terremoto teatral-amoroso. Tra le gelosie del comico Lelio, attori veri e improvvisati, Conti e Visconti, giovani innamorate e giovani rampanti, il Festival propone un’ampia selezione dell’opera con quattro cantanti protagonisti – Sandrina e Tommaso, Lelio e Scaramuccia – un pianoforte e un testo che trasporta l’ascoltatore nel Seicento parigino, alla corte di Luigi XIV, anzi… alla corte di Scaramuccia.
Buffo notare, infine, come la parola scaramuccia in italiano rimandi a battibecchi e piccole baruffe: un’assonanza di certo non casuale, se si pensa al colorato caos scatenato dalla presenza di Sandrina nella storia. Chissà se nell’intento di Romani l’avventura di Scaramuccia del titolo si volesse riferire non solo al leggendario attore italiano, ma anche alla nostra Colombina, cioè a Sandrina, che, dopo aver portato scompiglio a Parigi, al termine del melodramma riuscirà a combinare un matrimonio e ad assicurarsi l’agognata protezione per la carriera di attrice. Così, come ogni opera buffa che si rispetti, alla fine vivranno tutti felici, contenti e …scaramucciati! (P.R.)