V Edizione
dal 19 al 29 agosto 2026

Prima della Prima

Approfondimento sull’opera “Amazilia” di Gianmarco Rossi

Amazilia (1825-2025): Cronache, fonti e fortune

Appunti per una prima ripresa in tempi moderni di Gianmarco Rossi

Al Teatro San Carlo di Napoli un centone dal titolo Amazilia avrebbe dovuto essere messo in scena già il 12 gennaio 1824, ricorrendo il compleanno del re Ferdinando I, ma alla fine non venne mai rappresentato. L’opera fu però respinta dalla censura borbonica e sostituita con un altro titolo. Nondimeno, il libretto venne approvato solo in un secondo momento. Ad ogni modo, l’idea di un’opera dal titolo Amazilia dovette rimanere nell’aria e il 21 dicembre dello stesso anno fu approvato un nuovo testo di Giovanni Schmidt, forse lo stesso autore del libretto inizialmente respinto, che per l’occasione rimodellò nuovamente e radicalmente il materiale già impiegato negli Americani (per la musica di Tritto), ispirato a Les Incas ou La Destruction de l’Empire du Pérou di Jean-François Marmontel e al Gonzalvo o sia Gli Americani di Giovanni De Gamerra.

Giovanni Pacini intanto aveva avviato la sua carriera di successo al San Carlo. Amazilia è l’opera che separa i trionfi dell’Alessandro nell’Indie e de L’Ultimo giorno di Pompei. Andò in scena il 6 luglio 1825 per il compleanno della regina Maria Isabella. Dramma in atto unico, l’opera si presentava come una sorta di cantata scenica d’occasione, destinata a priori a una fortuna effimera; ma in realtà Amazilia sarebbe diventata una delle opere più significative del primo periodo paciniano. Scritta per il basso Luigi Lablache, il tenore Giovanni David e il soprano Joséphine Fodor-Mainville, essa fu accolta positivamente, benché la stampa locale riferì di «brillante cominciamento, cui non corrispose pienamente il resto». Ma quando il soprano Adelaide Tosi sostituì la Fodor nelle repliche di settembre, il successo si consolidò facendo apprezzare anche quei brani che in luglio erano passati in sordina. Quando l’opera venne riallestita l’anno seguente al San Carlo, Amazilia era definitivamente un «lodatissimo spartito». Nello stesso anno al di fuori del San Carlo fu rappresentata anche a Palermo e a Milano. Al Teatro alla Scala, però, l’opera incontrò fiasco a causa delle pesanti manomissioni operate da alcuni interpreti. Nel febbraio 1827 l’opera approdò al Teatro di Porta Carinzia di Vienna, gestito da Barbaja. In quest’occasione l’atto unico venne diviso in due atti probabilmente per permettere al soprano di cantare il rondò dopo debito riposo. Pacini, fresco del trionfo con Gli Arabi nelle Gallie a Milano, venne però chiamato da Vienna per allestire alcune sue opere, fra cui Amazilia. Il 29 giugno, l’opera venne nuovamente divisa in due atti, ma in questa circostanza Pacini compose nuova musica per il secondo atto: un duetto fra Amazilia e Cabana e un’elaborata scena con coro per Zadir, cantato sempre da Giovanni David. Inoltre, se la critica viennese a febbraio non aveva gradito l’assenza di una sinfonia, Pacini l’accontentò scrivendone una basata sui motivi dell’opera. Con altri piccoli ritocchi alla partitura nei recitativi e nell’orchestrazione, l’opera venne accolta con grande entusiasmo.

Amazilia verrà in seguito rappresentata a Roma, ancora a Napoli e Palermo, a Messina e a Livorno o nella versione in un atto o in quella in due. Le recite toscane e quelle palermitane del 1835 sono l’ultima ripresa completa documentata. Amazilia godette però di una straordinaria fortuna come serbatoio di arie di baule. Quasi tutti i brani si ritrovano interpolati in opere di altri compositori e lo stesso Pacini acconsentì che il gran rondò di Amazilia venisse cantato all’interno degli Arabi nelle Gallie. La prassi proseguì fino alle soglie del 1860. Perfino nel XX secolo, Beverly Sills interpolò la cabaletta «Parmi vederlo ahi misero» nell’allestimento newyorkese de l’Assedio di Corinto di Rossini nel 1974. La fortuna dell’opera permise l’onore della stampa con riduzioni per canto e pianoforte, nonché numerosi estratti, parafrasi e trascrizioni si trovano nelle biblioteche di tutto il mondo a testimonianza di una più ampia diffusione dei temi dell’opera a dispetto del numero esiguo delle sue esecuzioni.

Nel 1999 la francese Rubini Society diede a Mayenne una selezione dei brani dell’opera eseguita al pianoforte. Il nostro Festival sceglie di eseguirla nella sua integrità per la prima volta in tempi moderni, sulla scorta di una nuova edizione critica condotta sulle fonti dell’epoca, in particolare l’autografo, conservato nel fondo Pacini di Pescia, presso il Museo Gipsoteca Libero Andreotti, su cui il compositore ha in parte apportato alcune modifiche per Vienna. Gli altri manoscritti principali impiegati sono copie localizzate a Roma, Milano, Napoli e Firenze. Tutte corrispondono alla versione dell’opera in un atto e solo la copia di Firenze ha in sé pochissime delle modifiche apportate nel 1827. I brani aggiunti sono in gran parte conservati in un manoscritto napoletano d’origine viennese. A Pescia è presente invece solo l’autografo del nuovo recitativo che precede la cavatina di Zadir. Problemi pone il numero scritto per David nel secondo atto: dell’intera scena si conserva ad oggi solo parte di alcuni strumenti; la sola aria è tradita da un estratto barcellonese, uno torinese e uno della cabaletta a Berkeley. Dopo uno studio dello stile di Pacini si è deciso per un’orchestrazione coerente del brano sulla scorta dello spartitino e della riduzione Ricordi per canto e pianoforte, auspicando che le pagine mancanti possano un giorno essere rintracciate.

®Album di cartes de visite appartenuto a Amazilia Pacini figlia di Giovanni Pacini In collaborazione con Comune di Milano, Palazzo Moriggia Museo del Risorgimento