V Edizione
dal 19 al 29 agosto 2026

Presentazione di Amazilia

di Enrico Lombardi

Quest’anno il Rossini Opera Festival di Pesaro presenta Zelmira, il capolavoro con il quale Rossini diede l’addio al Teatro di San Carlo di Napoli, nel 1822, per poi andare alla conquista dell’Europa: Vienna, Londra, Parigi. L’anno dopo, con Semiramide, si congedò dalle scene italiane.

Cosa avvenne nella Penisola – e in particolare a Napoli, dove Rossini aveva “regnato” per sette anni, rivoluzionando la fisionomia dell’opera italiana – prima che s’imponessero Donizetti e Bellini? Nella sua missione di approfondimento, il festival “Il belcanto ritrovato” dà quest’anno una risposta eloquente, offrendo all’ascolto, per la prima volta ai nostri giorni, un altro grande capolavoro, che festeggia peraltro il proprio bicentenario: Amazilia di Pacini.

Numerose sono le intersezioni con Rossini: Pacini aveva studiato con lo stesso maestro, Stanislao Mattei, e aveva aiutato l’amico Gioachino a comporre Matilde di Shabran; Amazilia fu creata anch’essa al San Carlo, nel 1825, su un libretto di Giovanni Schmidt – già autore, per Rossini, di Elisabetta regina d’Inghilterra, Armida, Adelaide di Borgogna ed Eduardo e Cristina – e con cantanti di primissimo piano: Giovanni David, che era stato il tenore contraltino di riferimento per Rossini a Napoli, nonché Joséphine Fodor-Mainvielle e Luigi Lablache, ossia il soprano e il basso che avevano idealmente preso il posto di Isabella Colbràn e di Filippo Galli.

Si tratta insomma della più splendida prosecuzione immaginabile all’esperienza del Rossini napoletano, quello cioè anche di Otello, Mosè in Egitto, Ermione e La donna del lago: ciò si osserva nella straordinaria ricchezza della strumentazione, nella sfrenata inventiva melodica – cui corrisponde un virtuosismo vocale addirittura delirante, persino più esigente di quello rossiniano – e in percorsi armonici di audacia non comune nel linguaggio operistico.

Amazilia lascia dunque fantasticare sui traguardi cui sarebbe andato incontro Rossini, se fosse rimasto in Italia, e spiega il percorso evolutivo da Zelmira e Semiramide ad Anna Bolena e Norma. Pacini ne andò fierissimo, al punto da chiamare una sua figlia Amazilia.

Le ragioni per le quali si erano perse le tracce di quest’opera paiono paradossali, come spesso avviene nella storia: destinata al massimo teatro italiano dell’epoca, poté essere ripresa solo in capitali della musica come Milano, Roma e Vienna; eppure, la sua musica continuò a circolare tacitamente: la fantasmagorica cabaletta della protagonista («Parmi vederlo… ahi misero!») migrò in opere come Torvaldo e Dorliska e L’assedio di Corinto di Rossini, Gli arabi nelle Gallie di Pacini stesso, Il pirata e La straniera di Bellini, fino a essere nuovamente inserita nell’Assedio di Corinto, cinquant’anni fa, dal direttore Thomas Schippers per la diva Beverly Sills.

(Ma c’è anche un contro-aneddoto: alla Scala, nel 1826, la protagonista cantò non il proprio rondò, bensì quello di Zelmira; e il cerchio si chiude).

Come direttore oggi invitato dal “Belcanto ritrovato” a riscoprire questa partitura di Pacini, ambiziosissima nella composizione e impegnativissima per cantanti e maestranze, non posso nascondere l’ammirazione e l’entusiasmo, che non vedo l’ora di condividere con gli altri interpreti e con il pubblico di intenditori che in agosto accorre a popolare la riviera marchigiana.

Enrico Lombardi, direttore dell'opera Amazilia nell'edizione 2025 del Festival Nazionale Il Belcanto ritrovato